PRODUZIONI

A PERDIFIATO ritratto in Piedi di Tina Merli
autore:Luca Scarlini e Daniela Mattiuzzi
compagnia:
tipo:professionale
regia:Daniela Mattiuzzi
anno:2003
attori:Patricia Zanco
descrizione:«Magari fossi riuscita a turbare l’ordine pubblico» così scriveva Tina Merlin dopo i tragici che la videro coinvolta e processata per aver denunciato i rischi e le irregolarità del Vajont. Oggi che l’Italia si sbriciola, che paesi interi sono cambiati per sempre, che la montagna ti arriva fin dentro casa. Dove sotto a colate di fango l’Italia sprofonda, gli articoli che la Merlin scriveva su L’Unità negli anni 50/60 sono spaventosamente attuali. Sembra l’incubo del ritorno, quasi a rivivere le stesse situazioni drammatiche con le popolazioni che sorvegliano inermi le colline che scendono a valle, sono col fiato sospeso, agghiacciate, senza più sangue nelle vene. Case costruite dove i fiumi esondano, negli ultimi vent’anni i terreni agricoli sono divenuti cantieri. Un solo nubifragio ha effetti micidiali. Abusivismo, illegalità, ignoranza, mancate programmazioni delle amministrazioni, aziende che non hanno avuto controlli. Interventi idrogeologici che mancano dagli anni ’70. Mancanze, mancanze, mancanze. C’è una forza vitale che percorre tutta la vita e l’opera di Tina Merlin ed è stata il centro del nostro lavoro, è forza che arriva diritta al cuore e fa luce. A partire dall’intreccio che la tiene unita alla vita di un’altra donna, sua madre segnata da un destino crudele e rassegnata, comincia il racconto. Un dittico: nella prima immagine, Tina Merlin si racconta alla madre, in una narrazione che rievoca il passato, fino allo scoppio della guerra e alla presa di coscienza politica con la scelta partigiana. La seconda sezione cambia completamente stile. Una perdita d’equilibrio del discorso, un corpo a corpo poetico con il video: allusione allo spazio ipnotico e senza tempo dell’inconscio; immagini che contengono tutto il dolore e lo spavento di questo mondo. Si apre sulla figura di Tina Merlin giornalista, la sua precisa volontà di dire quello che la gente – nell’Italia ridente del boom economico – preferisce ignorare, per poi fronteggiare le tragedie con lo sgomento dell’ uditore cieco davanti alla morte annunciata. Emerge da questa memoria appassionata un’antica oralità, una sapienza femminile distillata nei secoli, un’opera di civiltà che le nostre madri hanno compiuto giorno dopo giorno per rendere abitabili le case e più umana la vita.

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